Il Maestro Sacconi
nella testimonianza del liutaio
Francesco Bissolotti

Cremona, 26 giugno 1985
Link: Francesco Bissolotti


Ho incontrato per la prima volta Simone Fernando Sacconi nel novembre del 1958, a Cremona, nella Scuola Internazionale di Liuteria che quel grande esperto, di passaggio in Italia, aveva voluto visitare.

Sacconi aveva interesse alla Scuola – che era stata istituita nel 1938, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla celebre Mostra del 1937 per il Bicentenario Stradivariano curata, fra gli altri, dallo stesso Sacconi – poiché proprio a lui era stato chiesto di assumerne, sin dall’inizio, la direzione. Pur non avendo potuto accettare l’incarico (si era infatti da pochi anni trasferito e aveva preso importanti impegni in America) riservò tuttavia sempre una attenzione particolare alle sorti di quell’istituzione.

Ricordo che, come lo vidi, rimasi subito colpito dal suo sguardo pensieroso e intenso; ebbi l’impressione di trovarmi davanti a un uomo di grande personalità, a un vero e proprio artista, per il modo in cui si esprimeva, parlava, si presentava. Allora io non ero più un ragazzino, avevo già moglie e tre figli e Sacconi, meravigliato, mi chiese come mai frequentassi quella Scuola. Gli spiegai che, avendo iniziato all’età di nove anni a studiare da dilettante prima il violino e poi l’intaglio e la tarsia lignea e avendo già sperimentato, da autodidatta, la costruzione di un violino, mi sentivo molto attratto dalla liuteria, un’arte che mi avrebbe consentito di capire meglio, imparandone anche la tecnica di costruzione, questo affascinante strumento musicale.

Sacconi, dopo aver osservato alcuni dei miei primi violini, seppure ancora rozzi e imperfetti, si rese conto della manualità che avevo acquisito, della familiarità nell’usare gli attrezzi, insomma delle potenzialità che avrei potuto esprimere, e mi propose di trasferirmi negli Stati Uniti a lavorare con lui alla Casa Wurlitzer, per perfezionarmi nella costruzione degli strumenti nuovi e per imparare il restauro. Era una prospettiva per me entusiasmante ma, nonostante anche tutte le sue insistenze, non riuscii a convincere mia moglie, affettivamente troppo legata alla sua terra e ai bambini allora ancora molto piccoli. Mi suggerì quindi di andare avanti da solo, lui mi avrebbe procurato la casa e poi, dopo uno o due anni, sarebbero potuti venire anche mia moglie e i figli; ma non ci fu nulla da fare. E lui: "Pazienza, non preoccuparti, anche se non puoi venire negli Stati Uniti vedrai che troveremo il modo di restare ugualmente in contatto, ci scriveremo e poi tornerò a Cremona in futuro, di tanto in tanto."

Questa grande disponibilità ad aiutarmi con la sua esperienza e il suo consiglio mi aveva dato un entusiasmo e una carica incredibili; e da allora cominciai a intravedere buone prospettive per il mio lavoro, certo di avere in lui un appoggio prezioso.

Sacconi tornò a Cremona nel 1962; nel frattempo io mi ero già diplomato e avevo aperto una piccola bottega in via Ala Ponzone, a due passi dall’Albergo «Impero» dove lui aveva preso alloggio.

Ricordo i suoi suggerimenti sul come sistemare al meglio la bottega, sul come attrezzarla, sul come arredarla. E per tutti i quarantacinque giorni che rimase a Cremona la mia bottega divenne anche la sua; gli avevo dato una copia delle chiavi e lui vi andava a lavorare anche fuori orario. Spesso, quando arrivavo al mattino (verso le 7), lo trovavo già al banco, al lavoro da più di un’ora. Nonostante fosse molto impegnato con musicisti e collezionisti che venivano un po’ da tutta Italia a fargli vedere o a far mettere a punto strumenti classici, trovava sempre il tempo per scolpire una testa, rifinire una tavola, intagliare un ponticello, e lo faceva con la massima concentrazione. Aveva un dinamismo, una capacità di lavoro e una resistenza formidabili; non era mai stanco, non si sedeva mai, sempre pensava, sempre lavorava, sempre camminava...

Ed era un didatta nato, aveva una tale capacità di insegnare e di spiegare le cose che te le rendeva semplici, quasi ovvie. L’attenzione, l’umanità e la sensibilità che dimostrava nei miei confronti erano veramente smisurate, al punto che sia io che mia moglie lo consideravamo e lo trattavamo come uno della nostra famiglia.

Con lui, dal 1962, mi sono anche dedicato al riordino del Museo Stradivariano, allora denominato Museo di Organologia e collocato al secondo piano del Palazzo dell’Arte, in piazza Marconi. Una ubicazione assolutamente infelice, che Sacconi avrebbe voluto cambiare al più presto, poiché, fra gli altri inconvenienti, il troppo freddo d’inverno e il troppo caldo d’estate sottoponevano i cimeli stradivariani, ivi conservati, a dannosissimi sbalzi di temperatura. Ricordo lo sgomento di Sacconi nel vedere forme e attrezzi sporchi e impolverati, con etichette ovali numerate incollate direttamente sul legno, forme e disegni privi di qualsiasi didascalia sistemati in modo posticcio in bacheche non adatte allo scopo; l’insieme denotava incuria e disinteresse per cimeli che viceversa lui riteneva preziosissimi, che considerava il punto di partenza – accanto agli strumenti antichi – per lo sviluppo di una moderna liuteria di qualità ispirata ai classici cremonesi. E diceva: "Non capisco, avete qua tutto questo ben di Dio, avete qua le forme di Stradivari, che sono la base per fare una liuteria come la facevano gli antichi maestri, e nessuno di voi è mai venuto in questo Museo, a studiare, a cercar di capire, a tenerlo vivo." Ho colto d’intuito il significato profondo di quelle sue parole e da allora la valorizzazione della grande liuteria del passato e l’uso della forma interna nella costruzione degli strumenti nuovi sono stati per me un impegno costante.

Mentre riordinavamo il materiale – soprattutto certe forme di Stradivari sulle quali, per lo sporco, non riuscivamo più a decifrare le date originali incise con lo scalpello – Sacconi mi raccomandava continuamente di prendermi cura di tutto e di proseguire i lavori anche dopo la sua partenza da Cremona; il riordino del Museo era per lui una preoccupazione quotidiana.

Sistemato al meglio, con l’aiuto anche del dr. Bruno Dordoni e grazie all’acquisto di nuove bacheche da parte del Comune, il Museo venne più tardi trasferito nella Sala Manfredini di Palazzo Affaitati, ove è rimasto per qualche tempo in via provvisoria, per trovare poi collocazione e nuova sistemazione nella attuale sede di via Palestro. I giorni passati nel Museo di Organologia con Sacconi hanno segnato una tappa fondamentale nella mia attività di liutaio; le sue continue spiegazioni e la sua ricostruzione – attraverso l’insegnamento di forme, disegni e utensili – del processo di lavoro di Stradivari mi facevano ritornare indietro nel tempo, mi facevano sentire quasi nella bottega di quel grande maestro, me lo rendevano familiare come se vi avessi da sempre lavorato a contatto di gomito. Sacconi conosceva già molto bene quei cimeli poiché, essendo egli allievo del liutaio Giuseppe Fiorini, li aveva già visti e studiati ancor prima che Fiorini stesso li donasse al Comune di Cremona.

Sacconi era un patito di Stradivari, che egli considerava la sintesi suprema, il culmine della liuteria antica; e quelle forme e quei disegni – gli unici pervenuti sino a noi (nulla di simile ci è infatti pervenuto di Amati, Guarneri e degli altri grandi) – erano per lui la testimonianza viva dell’arte eccelsa di quell’insuperato maestro.

È stato in quel Museo e attraverso quelle esperienze che ho capito l’importanza di costruire gli strumenti secondo il metodo dei grandi cremonesi: la forma interna. Sacconi mi ripeteva: “Vedi, Francesco, in liuteria per progredire occorre tornare indietro, occorre capire il passato; solo dopo aver studiato e capito Stradivari si può riuscire a essere un buon liutaio. Costruire gli strumenti secondo il suo metodo è veramente molto difficile, richiede molta concentrazione, molta pazienza, molta costanza, ma consente, con gli anni, di dare il meglio di sé. Lavorare con la forma interna richiede infatti un impegno non soltanto manuale ma anche intellettuale, richiede una capacità creativa e di ideazione che chiama in causa la personalità tutta del liutaio.”

Ritornato Sacconi negli Stati Uniti, nell’autunno del 1962, iniziò tra noi un fitto scambio di corrispondenza; quando avevo qualche problema o qualche strumento particolare, gli scrivevo e lui mi dava consigli preziosi, mi mandava fotografie, disegni o anche semplici schizzi di suo pugno, con dati e misure, mi spiegava come distinguere una etichetta falsa da una originale, come riconoscere e distinguere le caratteristiche specifiche di un autore da un altro, ecc.

Particolarmente illuminanti al riguardo ritengo possano risultare alcuni brani autografi di quelle lettere (N.d.r.: riprodotte nel libro in calce alla sua testimonianza su Sacconi).

A Cremona Fernando tornava comunque molto spesso, quasi ogni anno, e dei rituali 45-60 giorni della sua permanenza molti ne passava nel mio laboratorio; quante informazioni, quante conoscenze ho assimilato da lui, attraverso anche i suoi colloqui e gli scambi di vedute con i clienti!

Talvolta si recava alla Scuola di Liuteria, dove dava consigli e suggerimenti agli allievi, ma non sempre veniva apprezzato per quello che veramente valeva. Alla Scuola, verso la fine degli anni ‘60, tenne anche un importante corso di restauro di tre settimane al quale parteciparono, oltre agli allievi della Scuola stessa, anche diversi liutai venuti un po’ da tutta Italia (eravamo, se ben ricordo, circa 25 tra vecchi e giovani). Fu un corso estremamente interessante dal punto di vista tecnico, anche perché Sacconi non aveva segreti, spiegava tutto quel che sapeva, tutto ciò che aveva sperimentato, dava tutto a tutti.

Quando era nella mia bottega, alcune volte trovavamo qualche ora per andare insieme al Museo Civico a osservare i quadri, le sculture e le tarsie ivi conservate; andavamo anche nel Coro del Duomo a studiare le tarsie del Platina, della fine del ‘400, tarsie che erano protette da un tipo di vernice incolore che secondo Sacconi era la stessa che sarebbe stata poi usata, con l’aggiunta di coloranti, da Amati, Stradivari e Guarneri. Era convinto che gli ingredienti e la composizione di questa vernice fossero gli stessi di quella dei grandi liutai e che anzi questi avessero appunto ereditato tale composizione dagli intarsiatori. Prendeva un batuffolo di cotone con un po’ di solvente, puliva un angolino di una tarsia e mi faceva ammirare la bellezza, la trasparenza, la lucentezza della vernice, quasi ancora intatta dopo secoli. E mi portava anche nella Chiesa di San Sigismondo a studiare gli intagli dei fratelli Capra, nel Coro, intagli che secondo Sacconi avevano anch’essi influenzato la liuteria del tempo (fine ‘500, inizi ‘600). Mi coinvolgeva in tutte queste ricerche con una passione e una competenza incredibili, che lasciavano trasparire come, oltre alla liuteria, egli conoscesse e amasse anche altre arti, la pittura, la scultura, ecc.; ogni discorso comunque andava poi sempre a cadere sul suo chiodo fisso: il violino. Sono state per me lezioni indimenticabili, affascinanti, fondamentali. Avrei potuto starlo ad ascoltare per ore senza mai stancarmi.

Nel 1968, in occasione di un suo ulteriore soggiorno cremonese, ebbi la fortuna di assistere Sacconi nella messa a punto dello Stradivari «Berthier» 1716 di proprietà dell’ing. Paolo Peterlongo. Dello strumento, rimasto nel mio laboratorio per alcuni giorni, Fernando mi descrisse e mi spiegò ogni più piccolo particolare con una sicurezza e immediatezza sbalorditive, come se l’avesse da sempre avuto sotto gli occhi. Con grande familiarità e sicurezza trattava anche tutti gli altri strumenti antichi (Stradivari, Guarneri, Amati, Bergonzi e altri minori) che musicisti e collezionisti portavano da lui, nella mia bottega, per piccole riparazioni o per una semplice messa a punto. E di ognuno mi spiegava la storia, i particolari, le caratteristiche estetiche e acustiche.

Nel 1971 trasferii il laboratorio da via Ala Ponzone in via Milazzo – dov’è attualmente – e lì Sacconi, negli ultimi due soggiorni a Cremona (1971 e 1972), poté disporre di maggior spazio, di un banco da lavoro tutto suo, di una sua attrezzatura che egli aveva tuttavia arricchito con utensili costruiti appositamente in tutto simili a quelli usati da Stradivari. Il mio laboratorio era diventato per lui come una seconda casa, vi si intratteneva a parlare con i clienti anche oltre l’orario, vi riceveva quasi ogni giorno il dr. Bruno Dordoni con il quale stava curando la stesura del libro «I ‘Segreti’ di Stradivari», vi compiva ogni sorta di esperimento, soprattutto sulle vernici. Ricordo di una lunga lista di resine e solventi che dovetti procurargli per preparare una nuova vernice che voleva simile a quella stradivariana. Mi recai fino a Soresina da un apicoltore mio conoscente a farmi raschiare dalle arnie la propoli, una sostanza gommosa che le api producono per ostruire le fessure degli alveari e che Sacconi riteneva indispensabile alla riuscita di una buona vernice. Procurati gli ingredienti, sperimentammo quindi insieme alcune ricette di vernice, una delle quali egli ha poi descritto nel suo libro. Fra gli altri esperimenti, ricordo anche la ricostruzione del processo di estrazione del colore rosso (l’alizarina) dalla radice di robbia, colorante tipico contenuto nella vernice dei classici cremonesi.

Nel 1971, sotto la sua direzione e con il suo aiuto costante, iniziai la costruzione di un violino ispirato al modello dello Stradivari «Il Cremonese» 1715 conservato nel Palazzo Comunale di Cremona. Dapprima mi fece costruire la forma interna sulla base delle misure di quella conservata nel Museo Stradivariano; quindi, ci recammo in Comune – a più riprese – a studiare lo Stradivari originale, ad osservarne le arcature, la filettatura, la modellatura delle punte, la scultura del riccio, ecc... Insieme scegliemmo poi il legno, un legno stagionatissimo e con marezzatura molto simile a quella dell’originale. Con lui iniziai poi la costruzione vera e propria dello strumento. Ricordo la sua meticolosità, la sua precisione, la sua sicurezza nel guidarmi attraverso le diverse fasi del lavoro. È stata per me una grande lezione di liuteria dal vivo, che ancor oggi ricordo con entusiasmo e riconoscenza. Il violino, ultimato nel 1972, è rimasto tuttavia in bianco poiché lui, prima della verniciatura, voleva che venisse esposto per qualche anno alla luce solare. Purtroppo, non ha avuto il tempo e la gioia di vederlo verniciato.

Sacconi è stato per me una figura determinante. Mi ha trasmesso un bagaglio di esperienze e di conoscenze che in altro modo e per altra via non avrei mai potuto conquistarmi; ed è stato non soltanto un maestro, ma innanzitutto un grande amico, un uomo retto, generoso sino all’eccesso, fiducioso nelle capacità e nelle potenzialità di ognuno. Pur essendo un grande, ed avendone consapevolezza, tuttavia, nei giudizi che mi confidava sui suoi allievi, non l’ho mai sentito criticare o biasimare qualcuno, anzi tendeva sempre a mettere in risalto anche le più piccole doti. Ha vissuto interamente per il suo lavoro, con una passione e un entusiasmo ch’erano tutt’uno con il suo amore smisurato per la vita, per la creazione, per la ricerca. La liuteria, anziché ragione di prestigio o di guadagno, è stata per lui, semplicemente, un atto d’amore.

Per questo, il mio omaggio a Sacconi, prima ancora che all’esperto, si rivolge innanzitutto al grande maestro di vita.

Cremona, 26 giugno 1985

Tratto dal libro: «Dalla liuteria alla musica: l’opera di Simone Fernando Sacconi», presentato il 17 dicembre 1985 alla Library of Congress di Washington, D.C. (Cremona, ACLAP, prima edizione 1985, seconda edizione 1986, pagg. 135-140 - Italian / English).

Simone Fernando
Sacconi
cittadino onorario
di Cremona


A destra nella foto:
Francesco Bissolotti


Cremona
Palazzo Comunale
11 novembre 1972