Il Maestro Sacconi nell'introduzione
del liutaio, restauratore ed esperto
Charles Beare
 al libro «Dalla liuteria alla musica: l'opera di
Simone Fernando Sacconi»


  Londra, 4 luglio 1985
Link: Charles Beare


Questo libro commemora, a circa 12 anni dalla sua morte, la vita e l’opera di uno dei più grandi personaggi di questo secolo nel campo dei violini. La mente indagatrice di Fernando Sacconi ha esplorato tutto ciò che aveva a che fare con violini e archi, ed egli è diventato celebre sia come costruttore di nuovi strumenti, sia come esperto, restauratore e maestro nella messa a punto degli esemplari antichi più pregiati. Molti dei suoi più intimi amici e dei suoi clienti più stimati sono ormai anch’essi scomparsi, ma dai racconti dei musicisti che hanno cortesemente contribuito a questo libro emerge la figura di un liutaio loro dedito e impareggiabilmente qualificato a servire i loro bisogni. [Dalle testimonianze dei, N.d.T.] liutai il lettore non soltanto comprenderà l’eccezionale stima che si aveva per il Maestro Sacconi, ma intuirà anche qualcosa della sua grandezza come insegnante e della sua amabile generosità nel trasmettere il sapere che aveva con tanta fatica accumulato.

Figlio di Gaspare Sacconi e di sua moglie Laura (nata Mongardini), nacque a Roma il 30 maggio del 1895, in via del Gambero 23. Suo padre era sarto di professione e anche buon violinista; Fernando aveva due sorelle e un fratello, tutti più grandi di lui. Nel 1896 la famiglia si trasferì a Montecarlo, dove Gaspare aprì una bottega di sartoria specializzata in abiti da sera, ma quando Fernando ebbe otto anni tornarono a Roma, a causa di un’eredità lasciata alla famiglia dal fratello di sua madre.

All’età di nove anni, Fernando cominciò a interessarsi molto ai violini, trovando affascinante la loro forma e disegnandola sulla carta. Un giorno, mentre i suoi genitori erano fuori, notò un’apertura nella giuntura di uno dei violini di suo padre e prendendo un coltello da cucina si mise, per curiosità, a togliere la tavola. Lungi dall’essere arrabbiato, suo padre apprezzò l’impulso del ragazzino a diventare liutaio e, dopo qualche tempo, egli fu condotto nella bottega di Giuseppe Rossi, che era stato allievo di Eugenio Degani a Venezia. Ogni giorno, per circa quattro anni, Fernando pulì la bottega e accompagnò a scuola le due figlie di Rossi prima di andare lui stesso alla scuola elementare. Dopo la scuola fu messo a fare delle riparazioni, soprattutto di mandolini, per i quali non nutriva alcun interesse. All’età di dodici anni, un giorno disse che se mai avesse trovato un altro mandolino sul suo banco l’avrebbe distrutto. Il giorno successivo, puntualmente, ne arrivò un altro ma, dopo che lo ebbe ridotto in frantumi, lo presero sul serio, e da allora in poi si specializzò negli strumenti ad arco.

All’età di quattordici anni il suo lavoro godeva già di una certa reputazione a Roma e presto avrebbe avuto in mano il suo primo Stradivari. Era il violino di Franz von Vecsey, conosciuto come il «Berthier», e lui ne fece una copia. Rossi gli aveva occasionalmente lasciato fare qualche parte nuova di uno strumento, ma mai uno completo, ed era irritato per il fatto che il nuovo violino del suo allievo non mostrasse nulla della sua influenza! All’età di sedici anni Sacconi si era già ben affermato in proprio e partì per Parigi con l’intenzione di far conoscere il suo lavoro anche là. Uno dei violini che prese con sé era fatto sul modello del «Berthier»; l’altro, una copia di un Gennaro Gagliano, che Bianchi a Nizza non riusciva a credere non fosse un originale. Bianchi si offrì di comprare la sua intera produzione.

Questo rapido progresso continuò fino alla Prima guerra mondiale, nella quale venne ferito leggermente due volte, ma in seguito la fama di Sacconi si sparse rapidamente attraverso l’Europa. Fra i suoi molti clienti c’erano i membri del Quartetto Busch, dei quali egli copiò tutti gli strumenti, e varie volte la viola «Paganini» di Stradivari del 1731. Un’occasione importante giunse quando gli fu commissionata la riparazione del violoncello Stradivari «Piatti» del 1720, che gli diede per la prima volta l’opportunità di studiare l’interno di uno degli strumenti del grande maestro. Quasi nella stessa epoca conobbe e aiutò l’anziano liutaio Giuseppe Fiorini, e così venne per la prima volta a contatto con i modelli, le forme e gli attrezzi di Stradivari, che Fiorini poi donò alla città di Cremona.

Nel 1925 Fernando sposò Teresita Pacini, figlia di un famoso baritono e sorella di un violoncellista per il quale egli aveva costruito il suo primo violoncello, all’età di sedici anni. Teresita è una persona di grande fascino e con un delizioso senso dell’umorismo, e il loro è stato sotto tutti i punti di vista un bellissimo matrimonio. Il loro figlio, Gaspare, è ingegnere e Teresita continua a vivere nella casa di Point Lookout, a Long Island, dove il laboratorio di suo marito è rimasto com’era il giorno della sua morte.

La svolta fondamentale nella vita di Sacconi giunse nel 1931, quando il commerciante Emil Herrmann lo persuase ad andare a New York. Ciò significò lasciare un’Italia che non ha mai cessato di amare, ma negli Stati Uniti aveva certo un’opportunità assai migliore di esaminare antichi strumenti pregiati, e fu appunto lì che si mise a sviluppare quelle tecniche di riparazione che costituirono, forse, la sua più grande impresa.

Nel 1937 Sacconi tornò in Italia per giocare un ruolo importante nelle celebrazioni del bicentenario della morte di Stradivari, ma presto arrivò la guerra, e non vi sarebbe più tornato per vari anni. Nel 1951 Emil Herrmann si ritirò dagli affari a New York, e sia Sacconi che il suo allievo Dario D’Attili furono invitati ad associarsi a Rembert Wurlitzer. La nuova combinazione fra commerciante, esperto e artigiano eccezionale creò un’atmosfera ineguagliabile nei locali al 120 della 42a Strada Ovest a New York. Incoraggiato dalla dotta sapienza e dall’entusiasmo del suo nuovo mecenate, Sacconi accrebbe l’importanza della bottega al punto che quasi non esisteva musicista di prestigio che non facesse curare e revisionare lì il proprio strumento ad arco. Nei quindici mesi che ebbi il grande privilegio di trascorrere nella bottega di Sacconi nel 1960-61, vidi, per esempio, passare non meno di centodieci strumenti di Stradivari, oltre ad una cinquantina di Guarneri del Gesù.

La tragica e prematura morte di Rembert Wurlitzer nel 1963 lasciò un enorme vuoto nella vita di Sacconi e di tutti gli altri alla 42a Strada. Con grande coraggio e dedizione la vedova [di Wurlitzer, n.d.t.], Lee, assunse le redini dell’impresa, che continuò a fiorire negli ultimi dieci anni della vita di Sacconi. Nel 1965 si fece un bel colpo con l’acquisto della Collezione Hottinger, e coloro che visitarono New York mentre erano in mostra i tredici violini Stradivari e gli altri, ricorderanno l’orgoglio di Sacconi nel maneggiarli per mostrare i loro punti più belli.

L’anno dopo, un’altra esposizione fu allestita in onore del suo settantesimo compleanno e, durante i tempi sempre più difficili che seguirono, nessuno più di Sacconi dimostrò di essere per Lee Wurlitzer un leale e fedele collega e amico. Fu lei che lo incoraggiò e che gli lasciò il tempo per dare il suo grande contributo alla città di Cremona.

Sin dall’epoca dei suoi primi momenti con Fiorini, Sacconi aveva sognato che un giorno Cremona sarebbe stata di nuovo grande, e le settimane che egli riuscì a trascorrervi ogni anno, insegnando e riorganizzando il Museo Stradivariano, hanno dato grandi frutti. Il suo entusiasmo gli procurò molti amici immediati ma duraturi nella città-madre della liuteria, mentre la sua impareggiabile abilità artigianale dimostrò persino al più superbo liutaio locale come si potessero ancora imparare un’infinità di cose. Il suo libro «I ‘Segreti’ di Stradivari», frutto del lavoro di molti anni, fu concepito con l’idea di trasmettere il più possibile di quanto il suo autore era riuscito ad apprendere in uno studio durato una vita sul suo grande predecessore e idolo. Opportunamente, fu infine scritto e pubblicato a Cremona, e negli anni che da allora son passati ha avuto un’incidenza enorme sulla qualità della costruzione di nuovi violini in molti Paesi.

Nonostante fosse molto amato e rispettato dalla Signora Wurlitzer, da sua figlia Marianne e da molti del loro personale, l’ultimo anno da Wurlitzer fu di una certa frustrazione per il grande maestro, ormai sui settantacinque anni. Il suo occhio per gli strumenti antichi inevitabilmente non era più quello di una volta e aveva dei problemi di pressione alta, ma il suo lavoro al banco era ancora perfetto, esemplificato da un riccio che ricordo averlo visto intagliare per uno Stradivari dell’ultimo periodo. Si convenne ch’egli lavorasse a casa sua a Point Lookout tranne che per due giorni alla settimana, e lì morì il 26 giugno 1973.

Questo libro raccoglie molte impressioni personali, ma la vera eredità di Sacconi, a parte ciò ch’egli stesso ha conseguito, è da ricercarsi nei miglioramenti mondiali che si sono verificati nel campo della riparazione e della costruzione dei violini. Molti dei suoi allievi hanno ormai avuto degli allievi propri, che a loro volta hanno aperto proprie botteghe. Se si guarda ai premi vinti ai concorsi internazionali per nuovi strumenti o ci s’informa su dove si eseguono i migliori restauri, appare chiaro come molti dei maggiori liutai di oggi abbiano un debito diretto con Fernando Sacconi. Nonostante ciò, con tutte le sue qualità di costruttore di nuovi violini, di restauratore e di esperto, il ricordo più caro che molti di noi conservano è il calore della sua personalità e l’amore ch’egli aveva per la sua professione e per quelli che con lui condividevano l’entusiasmo per essa.

Londra, 4 luglio 1985


Tratto dal libro: «Dalla liuteria alla musica: l’opera di Simone Fernando Sacconi», presentato il 17 dicembre 1985 alla Library of Congress di Washington, D.C. (Cremona, ACLAP, prima edizione 1985, seconda edizione 1986, pagg. 8-11 - Italian / English).

Nel 1961 alla Casa Wurlitzer di New York


Da sinistra, in primo piano:
Hans J. Nebel, René Morel, Vahakn Nigogosian.
Da sinistra in secondo piano: 
Mario D'Alessandro, Charles Beare, John A. Roskoski, Simone Fernando Sacconi, Luiz Bellini e Dario D'Attili.