Il Maestro Sacconi
nella testimonianza del violinista
Isaac Stern


New York, Carnegie Hall, 19 febbraio 1984


Incontrai per la prima volta Fernando Sacconi (anche se il suo nome era Simone Fernando, lo chiamavamo tutti con il suo secondo patronimico) da Emil Herrmann, ma il nostro lungo rapporto si strinse ancor di più quando era capo del reparto di restauro alla bottega di Rembert Wurlitzer. Non riesco a ricordare esattamente quando ci siamo conosciuti, ma so che fu più di quarantacinque anni fa.

Col passare degli anni, lo scoprii come un amico saggio di cui ci si poteva sempre fidare, sapendo che avrebbe detto la verità su qualsiasi strumento ad arco, sia uno che appartenesse alla Casa Wurlitzer, sia uno strumento ivi portato da altra parte. Fu, infatti, il curatore dei miei violini dal momento in cui lo conobbi fino al giorno della sua morte.

Non solo sapeva consigliare sugli archetti e sui violini, ma anche su quale strumento fosse più adatto al temperamento artistico dell’esecutore. Egli capiva, come pochi, la speciale empatia che si sviluppa fra un artista e lo strumento che egli usa. E capiva che ciò che l’artista cerca in sonorità e in risposta deve coincidere psicologicamente con gli strumenti che gli vengono mostrati.

Si prese cura del primo strumento veramente buono che mi sia mai stato dato, un Giovanni Battista Guadagnini fatto a Parma e datomi a San Francisco quando avevo dodici anni. Più tardi curò il primo Stradivari che ebbi in uso (non era mio) e mi aiutò a scegliere quando comprai nel 1943 il primo grande Guarneri del Gesù, il «Vicomte de Pannete». Cosa ancora più importante, egli fu direttamente responsabile del mio secondo Guarneri, che posseggo tuttora e che suono quasi sempre, il famoso «Ysaÿe» del 1740 (a volte erroneamente datato 1744). Quel violino apparteneva a Charles Munch, che era un vecchio amico. Il Maestro Munch, prima di diventare direttore d’orchestra di fama mondiale, era stato violinista a Strasburgo e la sua famiglia aveva comprato il violino dai curatori del patrimonio di Eugene Ysaÿe. Il violino fu poi comprato da Emil Herrmann e venduto il giorno dopo ad un notissimo collezionista di strumenti negli Stati Uniti, il Signor Hottinger. Prima di essere consegnato a Hottinger, il violino fu dato a Sacconi perché fossero ripristinati il suo splendore e la sua bellezza originali. Aveva un tale affetto personale e una considerazione così alta per questo violino che lo portò a casa e ci lavorò personalmente per più di sei mesi, riportandolo con cura alla sua piena gloria.

Ricordo ancora il giorno in cui Rembert Wurlitzer mi chiamò per dirmi: "Prima di consegnare questo violino a Hottinger, vorrei fartelo vedere, perché è uno strumento che so apprezzerai profondamente." Andando nel Connecticut, si fermò al mio appartamento, e così vidi per la prima volta l’«Ysaÿe» nella sua bellezza completamente recuperata. Rimasi assolutamente sbalordito dalla vista del violino e dalla dolce qualità dorata del suo suono. Molti anni dopo, quando Hottinger decise di vendere la sua intera collezione alla Signora Wurlitzer, le ricordai della volta in cui avevo visto lo strumento e le chiesi di darmi l’opportunità di rivederlo e di acquistarlo.

Ero in tournée in Europa quando ricevetti un telegramma di Lee Wurlitzer che diceva: "Collezione è stata comprata ora. Tengo l’«Ysaÿe» per il tuo ritorno". Mandai subito un telegramma dicendo che sarei tornato in una certa data e che sarei andato immediatamente a vedere il violino. Con trepidante anticipo venni a New York, andai subito alla bottega, presi il violino, lo provai e chiesi il permesso di portarlo a casa per provarlo più a lungo. Da quel momento non è più uscito dalle mie mani. Divenni suo proprietario qualche settimana dopo.

Questo è un modo un po’ prolisso per dire grazie a Fernando Sacconi per la particolare devozione e per il talento straordinario coi quali ha riportato in vita uno strumento molto speciale, che è diventato tanta parte della mia vita quanto lo sono le mie dita e il mio cuore.

È stato questo straordinario affetto per gli strumenti, questa comprensione per gli artisti con cui era amico che hanno fatto di Fernando Sacconi un individuo unico e che l’hanno fatto considerare dai professionisti di tutto il mondo l’uomo numero uno a cui rivolgersi per un giudizio finale.

Creò il metro col quale tutti gli altri furono misurati, e ci sono moltissimi liutai e violinisti che debbono le loro carriere e le loro conoscenze alla sua generosità. E così la sua memoria continua a vivere dentro noi tutti.

New York, 19 febbraio 1984

Tratto dal libro: «Dalla liuteria alla musica: l’opera di Simone Fernando Sacconi», presentato il 17 dicembre 1985 alla Library of Congress di Washington, D.C. (Cremona, ACLAP, prima edizione 1985, seconda edizione 1986, pagg. 257-259 - Italian / English).