Violino Simone Fernando Sacconi
New York, 1941


Lo strumento è esposto nella Sala «Simone Fernando Sacconi» del Museo del Violino di Cremona

Foto tratte dal volume: «Simone Fernando Sacconi. Liutaio, restauratore ed esperto fra i massimi del Novecento» a cura di Wanna Zambelli e Marco Vinicio Bissolotti, Cremona 2023


Sacconi, una biografia

di Alfredo Puerari
Cremona, 1972

Ma vogliamo conoscerlo meglio Sacconi, biograficamente, a cominciare dalla sua «éducation sentimentale»?

Nato a Roma il 30 maggio 1895, a otto anni cominciò a interessarsi alla liuteria aprendo un violino del padre, Gaspare, professore d'orchestra, per vedere come era fatto dentro.

«La forma dei violini mi affascinava, cominciai a disegnarli»  dice Sacconi. Il padre lo portò da un liutaio di Roma, un veneto, Giuseppe Rossi, buon intagliatore. Rimase nella sua bottega di via Tor di Nona, 70, otto anni. Il mattino, prima di recarsi alle scuole elementari, andava ad aprire e pulire il negozio. Lungo la strada passava davanti a vari intagliatori.

«Uno specialmente  – mi dice – mi attirava di più, Ernesto Sensi eccellente artista. Mi fermavo fuori della vetrina per vederlo, incantato, maneggiare la sgorbia con facilità e destrezza. Una mattina d'inverno lo scultore che oramai mi conosceva mi aprì la porta invitandomi ad entrare; dentro c'era un odore di cirmolo, la bottega era piena di candelabri, cornici, pezzi di mobili. Il Sensi lavorava di solito per il Vaticano».

Fu da lui consigliato a frequentare la scuola di Belle Arti dove studiò per cinque anni.

«Se vuoi fare il liutaio lo devi fare alla perfezione» gli raccomandava il padre. All'Accademia imparò a disegnare, a modellare, scolpire il legno seguendo il precetto: prima scultore e intagliatore, poi liutaio. Frequentava, intanto, anche le biblioteche per leggervi autori antichi che avevano trattato di vernici.

Il primo violino di Stradivari lo vide a tredici anni, quando con una lettera del maestro Bernardino Molinari poté presentarsi al famoso violinista ungherese Franz Vecsey. Il giovane Sacconi aveva con sé, con la carta da disegno, compassi spessimetri per poter misurare gli spessori della tavola e del fondo del violino. Gli fu concesso di «lavorare», ma tenendo il violino sul letto. Quando il Vecsey aprì l'astuccio doppio con lo Stradivari, il «Berthier», e un altro violino, il ragazzo non ebbe incertezze nella scelta e senz'altro prese lo Stradivari, mentre il suo gesto era accompagnato da un: «Très bien, faites attention»  ricorda ancora Sacconi.

L'esame del «Berthier» lo portò a constatare che lo spessore della tavola armonica era di mm 2,3, ma ritenne quella sottigliezza il risultato di una manomissione, perché secondo gli insegnamenti appresi lo spessore avrebbe dovuto essere al centro di mm 5, diminuendo sui tre ai fianchi. Quell'esame fu, perciò, una delusione per lui. Il violino, come capì dopo, non era affatto stato manomesso e gli spessori erano quelli originali. La prova gli fu offerta da un'altra fortunata occasione, quando trovandosi a Roma il famoso quartetto Busch con quattro meravigliosi strumenti di Stradivari, ottenne, sempre tramite il maestro Molinari, il permesso di vederli. Ne prese i modelli e misuratine gli spessori fu sorpreso di constatare che essi erano di mm 2,2 e 2,4 per le tavole dei violini, per la viola di mm 2,3 e per il violoncello variavano da mm 3,5 e mm 3,3. Da allora fu convinto che Stradivari facesse le tavole proprio in quel modo.

Sacconi costruì il primo suo violino a quattordici anni all'insaputa del suo maestro che ne rimase sorpreso come lo vide, riconoscendo nel giovane già un concorrente di doti eccezionali. Egli intanto cominciava ad avere una sua clientela a casa propria. Ma rimase nella bottega del Rossi dove eseguì, oltre ai violini, viole da gamba, liuti, arciliuti, pochettes, viole d'amore, con teste scolpite di donna o vecchio, mandolini, chitarre, dedicandosi anche alle riparazioni di ogni tipo di strumenti, compresi quelli a fiato e persino facendo puntine per grammofoni.

Nel 1915 fu chiamato sotto le armi. Dopo un anno di servizio in batteria fu inviato alla 28a divisione di artiglieria come disegnatore di mappe. Riportò tre ferite e l'armistizio lo sorprese a Villafranca in un ospedale dove era stato ricoverato per la febbre spagnola. Congedato, dopo un ultimo soggiorno al deposito di Palermo, rientrò a Roma.

In quella città, presso il maestro Fiorini ebbe modo di vedere la raccolta dei cimeli stradivariani prima che fossero donati al Museo Civico di Cremona. Una scoperta per lui elettrizzante. Avendo il Fiorini a quell'epoca la vista indebolita, diede a Sacconi l'incarico di terminare due suoi violini che aveva cominciato a modellare ed erano il risultato di cinquant'anni di esperienza artistica. Per gratitudine gli regalò alcuni disegni autentici di Stradivari riguardanti il modello di un violino.

Sposò nel 1925 Teresita Pacini, cognata di Bernardino Molinari. Figlia del baritono Giuseppe Pacini, era nota come cantante, e Sacconi ricorda con orgoglio un suo concerto a Londra quando cantò per la regina madre d'Inghilterra. Dopo la nascita del figlio rinunciò a cantare. Frequentando l'ambiente musicale che si irradiava dal maestro Molinari, Sacconi venne in rapporto con i migliori violinisti e cellisti di questo secolo, che furono suoi clienti per consigli negli acquisti di strumenti musicali antichi e per riparazioni a quelli di cui erano in possesso. Nel nominarmeli, uno per uno, e desidera che tutti li ricordi, ne traccia fugacemente il carattere e la personalità artistica. I nomi che mi fa in un lungo elenco suonano come musicalmente nelle sue parole, quasi tappe della sua vita, insegne di giorni memorabili per l'incontro avvenuto con uomini di eccezione; che sono: Casals, Kreisler, Enescu, Heifetz, Elman, Cassadò, Huberman, Flesch, Busch, Francescatti, Feuermann, Milstein, Piatigorski, Zimbalist, Salmond, Fournier, Szigeti, Stern, Menuhin, Oistrach, Ricci, Szeryng, Rostropovich, Primrose, Rose, Perlman, Accardo, Ughi, Zukerman, Du Prè. Rapporti pure intrattenne con i maggiori compositori del tempo, da Strauss, a Debussy, a Zandonai, a Respighi, a Casella, a Mascagni e Pizzetti.

Nel 1937 per le celebrazioni del duecentesimo anno della morte di Stradivari, che si tennero a Cremona, portò dall'America quindici strumenti del grande liutaio e sedici dei suoi predecessori e successori, esponendo un suo quartetto che meritò fuori concorso la medaglia d'oro della città di Cremona. Allievi, colleghi e amici si dettero convegno a New York nel 1965 attorno al maestro per celebrare il suo settantesimo anno di età. La città di Stradivari ha voluto nel novembre del 1972 insignirlo della cittadinanza onoraria.

Sacconi abita ora a Point Lookout sulle rive dell'Atlantico, distante da New York un settanta chilometri che percorre di buon'ora il mattino parte in automobile e parte in treno e metropolitana per recarsi alla casa Wurlitzer in Lincoln Center, all'ombra del grattacielo della Paramount al n. 16 della 61a Strada. Il suo laboratorio è situato in una stanza luminosa lunga una ventina di metri e larga quattro con un banco di lavoro presso la vetrata che percorre tutto il lato che dà sulla strada, con di fronte l'imponente edificio dell’American Bible. Qui lavorano sotto la sua guida giovani liutai tra i quali un americano, un inglese, un italiano, un tedesco, un polacco e un francese. Tra i suoi allievi è la figlia della signora Wurlitzer e una ragazza tedesca; buona fama s'è già fatto, nel gruppo, Dario D'Attili ora direttore della casa e così Charles Beare di Londra.

Da quarant'anni Sacconi insegna negli Stati Uniti la tecnica liutaria della scuola cremonese. Nel vicino Metropolitan Museum sono esposti in una sala due violini di Stradivari, ma ben altro ho avuto modo di vedere, con la guida di Sacconi, nella camera blindata della casa Wurlitzer. Innanzitutto, l'«Hellier» del 1679, che è il più prezioso violino intarsiato di Stradivari, e di cui Sacconi ha fatto una copia; poi due violoncelli, il «Duport» del 1711 e il «Piatti» del 1720, sempre di Stradivari; dello stesso altri due violini, al momento della mia visita, erano in prova presso clienti, e un terzo si trovava per riparazioni in laboratorio. La scuola cremonese è ancora rappresentata da un Guarneri del Gesù del 1726, da un Carlo Bergonzi del 1732 e da una viola di Andrea Amati. Vi si trovano inoltre un violoncello di Matteo Goffriller del 1725, un Ceruti, un Pressenda, uno Storioni, un Montagnana e altri strumenti di autori moderni. Una collezione di archi di famosi archettai inglesi, francesi e tedeschi è esposta in alcune vetrine e vi primeggiano quelli di François Tourte (...)


Biografia completa e ulteriori informazioni sul Maestro Sacconi nella Prefazione del professor Alfredo Puerari, direttore dei Musei Civici di Cremona, al libro: «I 'segreti' di Stradivari» di Simone Fernando Sacconi. Libreria del Convegno Editrice, Cremona 1972 all'indirizzo web: Simone Fernando Sacconi